LA PESTE DEL 1630




Nel 1627 la morte senza discendenti diretti del duca di Mantova, Vincenzo II Gonzaga, aveva innescato una contesa per la successione del ducato, culminata nel 1630 con l’assedio della città da parte degli Imperiali, che conquistarono Mantova e la sottoposero a un orribile saccheggio. Assieme alle truppe tedesche attraversò le Alpi e i territori del Monte Baldo anche il bacillo della peste che, in un solo anno, portò la popolazione di San Zeno di Montagna da 339 a 111 abitanti.
Della gente del popolo rimangono ricordi diventati col tempo leggenda e che parlano di un prete, di nome Castellani, che si era nascosto in una grande cisterna assieme ad altri abitanti di San Zeno.
Costoro attendevano pazientemente che finisse l’epidemia e controllavano la situazione esterna sporgendo all’aria un tozzo di pane che, se anneriva, indicava il persistere dell’epidemia.
Una volta scampato il pericolo, i sopravvissuti – secondo la tradizione – incassarono nella chiave di volta di una casa della contrada Ca’ Sartori una colomba di marmo in segno di ringraziamento a Dio.
Dei nobili, invece, si hanno testimonianze più certe. A quei tempi, molte famiglie benestanti trasferitesi a Verona alla corte degli Scaligeri erano tornate nei loro possedimenti di campagna per sfuggire alla pestilenza.
Mentre i marchesi Carlotti si trasferirono in una casa costruita per l’occasione sui pascoli di Ortigara, riuscendo a superare indenni questo periodo, facendo poi costruire in zona, come ringraziamento a Dio, la chiesetta della Madonna della Neve, non sfuggirono alla peste i componenti della famiglia Montagna.
Era il 18 luglio 1630 quando Zeno II Montagna, gravemente ammalato, dettava da una finestra del suo Palazzo – l’odierna Ca’ Montagna – il suo testamento, evitando così di contagiare il notaio, mentre la moglie, le due figlie e il genero Giacomo Toblini erano già deceduti..