L’alpeggio sul Monte Baldo




Si può iniziare a parlare di pastorizia sul Monte Baldo a partire dall’Età del Rame (fine IV millennio a.C.) e nell’Età del Bronzo quando le piccole comunità locali iniziarono a portare le proprie greggi dalla piana e dalla collina all’alpeggio, praticando la caccia e frequentando i ripari sottoroccia, già sfruttati dai cacciatori-raccoglitori dei Mesolitico.

Dall’epoca romana e poi in quella altomedioevale il Monte Baldo è stato interessato da una consistente pastorizia ovina e caprina, scarsamente bovina, con forme di transumanza lungo percorsi tradizionali che dalla piana di Caprino portavano sui pascoli e sulle creste e scendevano poi in Val d’Adige.

La transumanza iniziava il 23 aprile, giorno di San Giorgio. Il giorno precedente i pastori compivano dei riti di purificazione delle greggi che si rifacevano all’antica tradizione religiosa romana della Palilia, festa propiziatoria ed espiatoria.

Tipica del Baldo era la robusta pecora Brenténega adatta ai pascoli magri delle alte pendici baldensi.

Queste greggi transumanti si aggiungevano al consistente numero di ovini che stanziavano sulle pendici baldensi: nella prima metà del XVI sec. Caprino contava ben 6110 pecore e nel 1826 il suo distretto possedeva ben 6658 pecore e 1328 capre, raggiungendo le 8000 pecore alla fine del XIX sec. I pegorari (pastori di pecore) utilizzavano come rifugi nella zona più elevata, piccoli ricoveri costruiti a secco, con rocce calcaree, ricoperti da paglia, frasche o rami di pino mugo (baiti), oppure cavità naturali sotto roccia.

L’allevamento bovino ha ricevuto notevole impulso a partire dal XVII sec. grazie ad un miglioramento tecnico e qualitativo introdotto dalla nobiltà locale che aveva ricevuto i beni dalla Serenissima, evidenziatosi poi nel settecento ed ottocento anche nelle proprietà comunali acquisite. Tutto questo a scapito dell’allevamento ovino e caprino che venne sempre di più marginalizzato e relegato nelle zone più elevate ed impervie.

È in questo periodo (sec. XVII-XVIII) che nascono le malghe attuali, con la costruzione di capaci baiti in pietra che sostituiscono le precedenti casàre del XV-XVI sec. a pianta generalmente quadrata e si disegnano le tradizionali direttrici dell’alpeggio bovino. Il “cargàr montagna” (la monticazione estiva), iniziava ed inizia ancora tra la fine di maggio ed i primi di giugno, a seconda dell’andamento della stagione invernale. Dalle contrade più basse, il bestiame saliva lunga le vie pastorali, verso la montagna. La vita del malghese durante i quattro mesi dell’alpeggio era divisa tra il pascolo ed i fabbricati della malga ed era scandita da regole, attività ed orari fissi e ripetitivi.

Il periodo dell’alpeggio trascorre, intervallato ed interrotto da alcune feste. Tradizionale erano le feste della Terza de Lujo (terza domenica di luglio) a Vilmezzano di Caprino, della Madonna della Neve il 5 agosto e di San Bartolomeo a Pazzon, il 23 agosto. In Settembre per i malghesi è tempo “de far i conti”, cioè di tirare le somme sull’andamento dell’alpeggio. Altra festa era quella di Sant’Eustachio che si teneva nella chiesetta di Monteselli il 20 settembre.

Ormai ci si appresta ad “andar incontra al Santo”, si è pronti cioè a “far Sammichel”, San Michele, il 29 settembre è la data tradizionale di fine alpeggio, quando le mandrie tornano verso i loro alloggiamenti invernali passando per la fiera-mercato di Prada. Nel Brentonicano la fine dell’alpeggio si festeggia invece il 21 settembre, giorno di San Matteo.